E tu collega sei Nomofobico?

Infermieri e Nomofobia: la professione colpita da Malattia da Iperconnessione

Infermieri e terrore di rimanere disconnessi, la Nomofobia colpisce anche la nostra professione. I nomofobici, dal termine "no-mobile-phone-phobia" (recentemente inserito nel dizionario della lingua italiana Zingarelli) e sono affetti da una patologia conosciuta anche come malattia da iperconnessione.

Sempre più Infermieri e Infermieri Pediatrici ne sono affetti. Scattare foto, riprendere video, segnare gli appuntamenti sull’agenda, seguire le mappe stradali, ascoltare musica e soprattutto navigare, sono diventati indispensabili; in considerazione di tutte queste funzioni, lo smartphone oggi si è trasformato in un elemento indispensabile.

La “moda” dei dispositivi digitali ha lasciato il posto a una vera e propria dipendenza: in meno di un lustro WhatsApp, Facebook, Instagram, Twitter e recentemente il nuovo LinkedIn sono diventati i migliori amici dei Professionisti della Salute, specie quando sono in servizio!

Ma cos'è la Dipendenza da connessione?

Senza paure di smentite la tecnologia negli ultimi dieci anni da una parte ha facilitato la vita di tutti, dall'altra l'ha "inguaiata". Si è sempre connettersi, è possibile consultare il web in qualsiasi momento della giornata. Un dubbio, una curiosità, una informazione sono subito a portata di clic. Basta pigiare un tasto o ricercare anche verbalmente sul motore di ricerca e il gioco è fatto. L'Intelligenza Artificiale introdotta di recente da Google e da altri colossi dell'informatica planetaria è già realtà e spesso non ci accorgiamo che la macchina (il cellulare) fa molte cose al posto nostro. A volte, anzi quasi sempre, ci anticipa il pensiero.

Lo smartphone ha cambiato radicalmente i rapporti personali e inter-professionali. Scambiarsi informazioni tra colleghi, riunirsi in un gruppo WhatsApp, formasi sul web sono ormai cose di routine per tutti noi. 

L'online mania può portare ad una seria patologia: la Nomofobia

Attenzione, l’online mania può degenerare anche in una vera e propria malattia che rende schiavi dei dispositivi digitali. Quando il telefonino diventa, oltre che uno strumento utile e funzionale, un bisogno imprescindibile e la possibilità di perderlo provoca delle vere e proprie crisi di panico, allora siamo affetti da Nomofobia.

Quali sono i suoi sintomi?

I sintomi più comuni sono l’ansia incontrollabile insieme alla rabbia e in alcuni casi anche la depressione, che subentra quando non si ha la possibilità di navigare online o di utilizzare chat o social network. Batteria scarica, perdita di segnale o guasti improvvisi, possono provocare in un nomofobico attacco di ansia difficile da gestire e controllare.

Secondo alcuni studi, il legame allo smartphone è affine a tutte le altre forme di dipendenze, perché causa delle difficoltà nella produzione della dopamina. Questo neurotrasmettirore controlla e contiene alcune funzioni che si mettono in atto nel cervello, fra cui fra cui la ‘ricompensa piacevole’ il circuito celebrale che sta alla base delle attività che procurano soddisfazione. Inibita la dopamina ne consegue che si perde il controllo delle funzioni e si tende ad abusare di ciò che provoca un sentimento di appagamento. Questo meccanismo si cela dietro le dipendenze.

“Nomofobia”: una dipendenza riconosciuta

Secondo un recente studio, effettuato da Morningside Recovery (centro di riabilitazione mentale di Newport Beach), l’America è il paese che soffre maggiormente di dipendenze da iperconnessione, infatti, milioni di Americani sono affetti da nomofobia e molti di loro raggiungono stati notevoli di agitazione incontrollata. Negli ultimi due anni, negli Usa, proporzionalmente allo sviluppo tecnologico, i nomofobici sono aumentati del 13%.

Le nuove patologie da iperconnessione sono state sottoposte ad analisi da parte dell’Osservatorio nazionale adolescenza in uno studio che ha coinvolto 8mila ragazzi dagli 11 anni di età. Dall’indagine emerge che circa il 98% degli adolescenti utilizza uno smartphone personale dall’età di 10 anni; di questi, almeno il 95% ha un profilo sui social. Inoltre, il dato più preoccupante, è che ben sei adolescenti su dieci dichiarano di non poter fare a meno di WhatsAppche ha sostituito qualsiasi altro canale di comunicazione a distanza.

Dalla fotografia scattata dall’Osservatorio, appare chiaro che, soprattutto per le nuove generazioni, i dispositivi tecnologici e digitali sono indispensabili, se non di vitale importanza, nella quotidianità della maggior parte delle persone.

Come ci accorgiamo che siamo diventati Nomofobici?

L’osservatorio ha tracciato un quadro preciso e dettagliato dei segnali da cui poter individuare la presenza o meno della malattia:

  • ‘Vamping’ l’etimologia parla chiaro: quando, come i vampiri, si trascorre la notte svegli sui social, allora siamo chiaramente affetti da questo disturbo da iperconnessione. Psicologi e sociologi, ritengono che questo fenomeno è la diretta conseguenza di una vita troppo piena di obblighi, dunque ai giovani manca il tempo per socializzare con gli amici e per concedersi qualche momento di svago.
  • Like addiction’ la dipendenza dai ‘mi piace’. L’insicurezza, tipica dell’età adolescenziale, trova conforto nel ricevere approvazione sui social, ed è per questo che molti teenager si mettono ‘in vetrina’ pubblicando foto o contenuti video per ottenere ‘like’ e dunque risollevare l’autostima. Ma la ricerca di ‘like’ può diventare una vera e propria ossessione trasformandosi in una dipendenza pericolosa.
  • ‘Fomo’ dall’inglese ‘fear of missing out’ letteralmente la paura di rimanere fuori dal giro, dunque, diventa un’abitudine svegliarsi nel corso della notte per controllare notifiche e messaggi per non rimanere indietro con gli aggiornamenti. Recenti indagini hanno messo in evidenza come l’utente sia sempre più angosciato di essere tagliato fuori dal mondo dei social e questa paura può diventare sempre più un labirinto senza uscita
  • ‘Challenge o sfide social’ dilagano sul web queste ‘competizioni’ nella maggior parte dei casi estreme. Imprese stravaganti e pericolose, speso legate all’abuso di alcol o di droghe, che vengono filmate e producono un effetto emulativo di contagio. Alla base di questi comportamenti c’è una mania di protagonismo evidente che nasconde, nella maggior parte dei casi, insicurezza e paura di non essere notati in una società che corre troppo veloce.

Lo studio di AssoCareNews.it: il 16% degli Infermieri è affetto dalla malattia

Nel corso di un recente studio compiuto da Angelo Riky Del Vecchio, responsabile della comunicazione di AssoCare.it, associazione infermieristica nazionale esperti di formazione e di informazione, la Nomofobia è più diffusa di quanto immaginiamo e ne è affetto il 16% della popolazione infermieristica intervistata.

Del Vecchio ha intervistato assieme ad altri colleghi dell'associazione ben 4400 colleghi. Lo studio darà vita ad una pubblicazione ce sarà distribuita gratuitamente sul portale www.assocarenews.it

"La sensazione è che gli Infermieri e gli Infermieri Pediatrici italiani, compreso gli Infermieri Militari e di Polizia e i Liberi Professionisti stiano abusando sempre più dei social-media e che stiano sempre più confondendo il virtuale con la realtà - spiega il responsabile della comunicazione di AssoCare.it - è facile notale su Facebook e su altri supporti social colleghi Infermieri che si sbattono nel creare il gruppo o la pagina più seguita del web. Si fanno progetti, si affacciano proposte, si lanciano hashtag e si attende il sopraggiungere di like, contestazioni e rimbrotti; abbiamo censito quasi 1000 gruppi su Facebook relativi alla professione infermieristica con consistenze di 'mi piace' che vanno dai 100 ai 150.000 utenti. I loro gestori vivono oramai solo per i like e spesso, da quello che scrivono, non riescono più a discernere tra la realtà della vita quotidiana e il quotidiano vissuto sul web. Una dicotomia che la dice lunga sullo stato di salute di tanti moderatori ed editor. Di questo e di altro continueremo a parlarne nei prossimi giorni. Grazie per l'attenzione".

Gli Infermieri più colpiti sono quelli più giovani, ma in molti casi ci sono anche gli adulti e quelli prossimi alla pensione.

Fonte: Pazienti.it - AssoCareNews.it.

 
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Author: Dott.ssa Francesca RicciEmail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
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