Lavorare bene in equipe multi-professionale è il sogno di Vittoria.

Ecco perché i Pazienti vanno seguiti bene prima e dopo le dimissioni

I Giovani Infermieri che entrano per la prima volta nel mondo del lavoro e vincono un Concorso Pubblico entrando a far parte del Servizio Sanitario Nazionale si trovano subito difronte ad una domanda emblematica: "sicuro che ho fatto bene a fare l'Infermiere o l'infermiera?". Turni massacranti, riposi saltati, stipendi da fame, mancati riconoscimenti sociali e professionali, continua sudditanza e pressing psicologici da parte di Medici, Coordinatori Infermieristici e Dirigenti. Sono queste le problematiche che si è chiamati a fronteggiare tutti i giorni all'indomani dall'ingresso nel SSN. Per capire meglio cosa succede abbiamo intervistato una collega ventisettenne che ha lavorato diversi anni in Emilia Romagna e che oggi ha deciso di far ritorno a casa dopo una Mobilità.

Vediamo cosa ha risposto alle nostre domande, con cui abbiamo cercato di capire cosa sta succedendo alla Sanità Italiana e perché mai è così difficile fare oggi l'Infermiere nel Servizio pubblico. 

Ciao Vittoria, grazie mille per la disponibilità e per aver dato il consenso a questa intervista. Adesso inizieremo questa intervista e sentiti libera di rispondere.

Di nulla! ok! Iniziamo pure!

Allora! Iniziamo! Racconti la tua storia lavorativa. Da quanti anni lavori? Le tue esperienze precedenti prima di arrivare in Emilia Romagna.

Allora. lo mi chiamo Vittoria, mi sono laureata nel novembre del 2011 e lavoro come infermiera dal 2012, quindi da circa da 5anni.La mia prima esperienza lavorativa è durata un mese: sono stata assunta per sostituire una collega in malattia presso un Istituto Riabilitativo marchigiano. Poi ho lavorato per circa 2 anni in una casa di riposo nel mio paese; nel giugno del 2014 sono approdata in un Ospedale dell'Area Metropolitana di Bologna, nel reparto di Lungodegenza Post-Acuti, dove ho lavorato fino a poco tempo fa. Da ottobre 2017 il mio reparto è diventato un Post-Acuti a gestione infermieristica.

4 anni quindi! Bene! Racconti allora quali sono i punti di forza e di debolezza del tuo lavoro.

Vedi! lo credo che chi sceglie di fare questo lavoro debba avere la consapevolezza che non si fa semplicemente come un qualsiasi altro lavoro, ma si deve davvero scegliere di farlo per passione, non bisogna mai stancarsi di aumentare le proprie conoscenze.  Non una missione come dicono tanti. Sentirsi dire grazie solo per aver strappato un sorriso credo che sia la cosa più gratificante che si possa ricevere e vedere che un paziente è in grado di recuperare le proprie autonomie giorno dopo giorno ti rende felice perché sai che il tuo lavoro è stato utile. Però, l'infermiere è la prima persona che paziente e familiari si trovano davanti ed è quindi il bersaglio più facile da colpire quando le cose non vanno bene. Allora, io alzo la tua corazza per evitare di reagire quando quando ti accusato ingiustamente.

Cosa cambieresti nel tuo reparto?

Diciamo che in questo periodo iopome tutti i miei colleghi, siamo statiinvestiti da una serie di cambiamenti che hanno visto la riorganizzazione del reparto in cui lavoro. Diciamo che stiamo ancora ingranando perché stiamo cambiando ipiani di lavoro perché vanno adattati e rivisti. Inoltre i cambiamenti fanno paura a tutti in primis a chi li subisce. Credo che la cosa fondamentale sia la collaborazione tra i vari professionisti all'interno delmio reparto in cui oltre ad infermieri ed oss lavorano anche i fisioterapisti perché siamo anche una Riabilitazione Estensiva, sia con chi ci invia i pz dagli altri reparti , cioè colleghi infermieri e medici. Nel piano operativo della mia unità operativa è previsto che la presa in carico del paziente avvenga al mattino; è difficile rispettare questo obiettivo perché il personale oss e portantinaggio è ridotto e quindi ritardo...

Ciò che vorrei cambiare è proprio l'organizzazione della presa in carico del paziente. Lo so che è una utopia, però ci spero. Capisco che l'aspetto “carenza di personale” è un gran problema, ma non si può pretendere che le cose funzionino con il personale che abbiamo. Il mio augurio è che, pian piano, tutte le figure professionali riescano a lavorare in modo da creare un effetto domin .

Altro problema sono i fisioterapisti. Se è vero che sono loro le figure professionali che hanno il compito di riabilitare, per qual e motivo si ostinano a scrivere nei loro fogli con gli orari delle palestre: “il paziente tal dei tali pronto per le 9 in carrozzina” pur sapendo che il personale di reparto deve pro vvedere all'alzata, alla riattivazione e alla rieducazione alle ADL di pazienti che non vengono trattati con fisioterapia? E ci tengo a precisare che il numero di pazienti riabili tativi è netta mente infe riore di tutti gli altri. I fisioterapisti non potrebbero richiedere di avere il pz pron to a letto e poi mobilizzarl o loro stessi in carrozzina soprattutt o se si tratta di pazienti che riescono a mobilizzarsicon aiuto o con l'ausilio del deambulatore? Non è difficile, o sbaglio?

I cambiamenti creano sempre grandisagi. Torniamo e noi! Adesso parliamo della dimissione protetta, com'è organizzato il tuo reparto e tu come la gestisci?

Nel mio reparto è coinvolto nella dimissione protetta PUA, cioè il Punto Unico Aziendale che viene attivato nei casi in cui il paziente rientri al domicilio e necessiti di Assistenza Infermieristica, tipo per medicazioni, cambi cateteri vescicali, prelievi a domicilio; oppure nei pazienti che vengono dimessi in Struttura, oppure se si rende necessario attivare l'assiste nte sociale nella gestione di particolari situ azioni familiari. Poi, si provvede a prescrive re ausili e presidi, tipo pannoloni e carrozzina ed altro per i pazienti che sono passati da autonomie dipendenti, così che i familiari possan o gestire al meglio il loro caro. Nella dimissione protetta è inclusa ovviamente anche l'educazione del caregiver, che al domicilio assisterà il paziente. Questo è fondamental e che vengano addestrati da noi infermieri. Questi sono solo alcuni esempi ovviamente... i più comuni. Per quanto mi riguarda, onestamente, dal punto di vista organizzativo e teorico mi è capitato poco di dover gestire la dimissione protetta vista la presenza del case-manager che se ne occupa, però mi è capitato di dover fornire informazioni pratiche al care giver.

Quindi se ti chiedo se ti senti preparata rispetto alla dimissione protetta, cosa mi dici?

Beh! Ti dico insomma. Appunto come ti stavo dicend o mi è capitato poche volte di dover gestire una dimissione protetta, non credo di essere preparata al massimo.

Come hai acquisito le competenze che hai?

Le conoscenze che ho sono quelle che ho acquisito nel corso degli anni lavorando in questo reparto e credo che debbano essere migliorate dal punto di vista dell'organizzazione, anche se mi sono trovata in affiancamelo con la case-manager; 2 giorni di certo non sono sufficienti a conoscere tutto. Come ho già detto le figure che potrebbero essere coinvolte in questo percorso possono essere tante quindi importante che ci sia collaborazione tra di esse.

Invece dal punto di vista psicologico/emotivo come ti senti parlando sempre della dimissione protetta? Riusciresti a descrivermi il tuo senso di efficacia?

Anche se dal punto di vista dell'organizzazione teorica della dimissione protetta mi sento forse impreparata, resta comunque il fatto che mi ritengo una professionista pensante che è in grado di individuare cosa può essere o meno necessario affinché il pz rientri al meglio al domicilio e quindi riesco comunque a dare il mio contributo. Diciamo che mi ritengo più efficace dal punto di vista dell'educazione pratica al care giver o al pz stesso!

Parliamo sempre della dimissione protetta, com'è organizzato il tuo reparto dal punto di vista dell'equipe? Fate breafing, incontri, passaggi di consegne?

Il momento del breafing con il medico di percorso e l'infermiera case manager è sicuramente un punto fondamentale. Questo ci permette di organizzare meglio la dimissione protetta. Riusciamo a discutere delle effettive necessità prima del rientro al domicilio. Nello stesso modo avviene il passaggio delle consegne tra i vari professionisti del nostro reparto, infermiere-infermiere, infermiere-oss ed infermiere-fisioterapista. In questo modo tutti conoscono il percorso che dovrà affrontare il paziente, poi attraverso la pianificazione assistenziale riesce a fissare gli obiettivi finali che il paziente deve raggiungere.

Secondo te è corretto questo modo di operare o cambieresti qualcosa?

Credo che il passaggio del le consegne che adottiamo nel mio reparto sia efficace, anche se a volte capita che vengano perse delle informazioni perché magari non si ritengono importanti da riportarle nella cartella integrata o forse perché si ragiona pensando di tenere le informazioni perse senza renderle passarle agli altri. Eh poi come dire “Io ho questa informazione e me la tengo per me perché tanto è sufficiente che lo sappia io”, peccato che poi chi è a rimetterci è il paziente! Per noi la difficoltà sta nel fatto di avere 2 settori separati con 2 case manager differenti che per un motivo o per l'altro delle volte non riescono ad essere presenti nel momento del passaggio delle consegne.

Che ruolo ha il case manager nel tuo reparto? E in che rapporto sei?

Nella mia realtà il case-manager inizia alle 8 inizia ad eseguire i prelievi; prosegue occupandosi della organizzazione dei trasferimenti che dovrebbero avvenire il giorno dopo nel nostro reparto; si occupa di valutare i pazienti per i quali viene fatta la richiesta di UOPA; provvede all'attivazione del PUA per la dimissione protetta; partecipa al breafing settimanale con i fisioterapisti, il medico di percorso e il fisiatra; al momento dell'arrivo del paziente in reparto si occupa del ricovero se lo stesso arriva prima che il case-manager finisce i l turno. Quindi se presente provvede alla compilazione della scheda di accertamento, documenta nella cartella integrata le informazioni basilari che riguardano l'assistito, cioè se è vigile, disorientato, al motivo dell'ingresso in reparto e quando riesce alla compilazione delle scale e alla pianificazione assistenziale attraverso problemi collaborativi e diagnosi infermieristiche. Per quanto mi riguarda cerco sempre di interfacciarmi con il case-manager perché credo che sia necessario che l'infermiere di settore debba avere le medesime informazioni riguardo il paziente che ha il case-manager.

Rispetto alla dimissione protetta, ti senti sostenuta dalla case manager?

Non posso dl certo dire che se mi sono trovata in difficoltà nella gestione di alcuni aspetti che riguardano la dimissione del paziente io non abbia ricevuto sostegno. Direi, quindi, che sotto questo punto di vista non posso rimproverare nulla all'infermiere case-manager.

Credi che sia importante la presenza del case manager? Avresti delle difficoltà se non ci fosse?

Sicuramente essendo io un'infermiera di settore e trovandomi ogni giorno di fronte ad attività pratiche da eseguire come terapia, assistenza diretta, breafing con il medico di percorso e quant'altro, sarebbe di difficile gestione quello che riguarda l'aspetto organizzativo e teorico della dimissione protetta.

Quali aspett i del ruolo del case-manager andrebbero potenziati per rendere efficace la collaborazione e l'accompagnamento sempre rispetto alla dimissione protetta?

Sicuramente per avere la massima efficacia nell'accompagnamento verso la dimissione sarebbe utile se la case-manager si rapportasse in qualche modo anche con il paziente stesso. Faccio un esempio: nel momento in cui è partito il progetto UOPA nel mio reparto, al breafing con ii medico di percorso partecipava soltanto l'infermiere case-manager perché l'infermiere di settore, che è quello che “osserva” l'assistito durante la terapia o il rilevamento dei parametri vitali o durante l'assistenza diretta (se ne ha occasione e non è impegnato in altro). Subito ci siamo resi conto che questo meccanismo non era molto funzionale visto che le problematiche riscontrate dall'infermiere rischiavano di non essere comunicate al medico. Si è ovviato al problema facendo un breafing in cui partecipassero medico, case-manager ed infermiere di settore. Se deve essere valutato periodicamente raggiungimento degli obiettivi che ci si è posti nella pianificazione assistenziale che riguarda un paziente, in modo tale che questo possa essere indirizzato verso la dimissione, e se questa valutazione deve essere fatta dall'infermiere responsabile dell'assistenza in collaborazione coi case-manager come può il case-manager contribuire alla valutazione se non ha mai osservato realmente il paziente? Il risultato di tale valutazione sarebbe solo il frutto dell'infermiere responsabile dell'assistenza.

Quanto ii rapporto c n il case-manager influenza il tuo senso di efficacia rispetto alla dimissione del paziente?

Ritengo di essere efficace nella dimissione dei pazienti per i motivi che ho spiegato anche in precedenza e ritengo che, essendo il nostro lavoro un lavoro di equipe, ognuno riesca a dare il proprio contributo affinché l'obiettivo finale venga raggiunto al meglio.

Bene! Abbiamo finito! Grazie mille per questa intervista molto interessante! Grazie ancora!

Di nulla, grazie a te per avermi dato la possibilità di parlare di questo argomento che mi sta molto a cuore!

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Dott. Andrea Riky Delle Foglie
Author: Dott. Andrea Riky Delle FoglieEmail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Web writer, opinionista, parla correntemente 5 lingue: Italiano, Francese, Inglese, Spagnolo e Cinese Mandarino. Ha girato il mondo in cerca di se stesso e da ex-studente di Infermieristica da sempre è appassionato di questioni sanitarie.
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